Dillinger

Titolo originale: Dillinger
Regia: John Milius
Sceneggiatura: John Milius
Fotografia: Jules Brenner
Montaggio: Fred R. Feitshans Jr.
Scenografia: Trevor Williams
Suono: Donald F. Johnson
Musiche: Barry De Vorzon
Interpreti: Warren Oates, Ben Johnson, Michelle Phillips, Cloris Leachman, Harry Dean Stanton, Geoffrey Lewis, John P. Ryan, Richard Dreyfuss, Steve Kanaly, John Martino, Roy Jenson, Read Morgan, Frank McRae, David Dorr, Roland Bob Harris, J. Edgar Hoover, Terry Leonard, Jerry Summers, Catherine Tambini
Produzione: Buzz Feitshans per American International Pictures (AIP), F.P. Productions
Durata: 103 minuti
Prima proiezione: 19 giugno 1973

Sinossi:
La vita e le imprese (da taluni considerate eroiche) di John Dillinger, con ogni probabilità il gangster più famoso nell’America colpita e stordita dalla Grande Depressione. Accompagnato da Homer Van Meter, Harry Pierpont e Charles Mackley, suoi fedeli sodali, Dillinger compie rapine a più non posso, sempre particolarmente orgoglioso delle proprie capacità criminali. La sua attività rientra tra gli interessi di Melvin Purvis, capo dell’ufficio FBI che lo ritiene tra i responsabili del cosiddetto Massacro di Kansas City…

John Dillinger è, tra tutti i criminali che si diedero da fare dopo il crollo di Wall Street, quello la cui leggenda è rimasta maggiormente intatta nell’immaginario collettivo: lo dimostra, in una qualche misura, anche l’adattamento sulla sua figura portato a termine da Michael Mann in Nemico pubblico, dove si rinnova l’idea del gangster gentiluomo che lo elesse a novello Robin Hood. Era inevitabile che, sull’onda lunga del successo di Arthur Penn dedicato alle gesta di Bonnie e Clyde, la Hollywood in pieno “rinascimento” decidesse di concentrare l’attenzione anche su di lui. Ed è altrettanto inevitabile, osservando lo scenario a posteriori, che a dirigere un film su Dillinger sia stato John Milius, il più romantico e idealista dei registi del periodo, quello meno incline alla rilettura cinica, sarcastica o entomologica – come invece sarà per Robert Altman con Gang o Terrence Malick con La rabbia giovane – del gangster-movie. Eppure Milius arrivò a lavorare sul set per una pura concatenazione di cause. Esordiente alla regia, il ventinovenne Milius si era però fatto un nome rispettabile per le sue sceneggiature: aveva infatti già venduto a Hollywood gli script che sarebbero diventati Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack e L’uomo dai 7 capestri di John Huston. Insoddisfatto della resa finale di entrambi i film, Milius desiderava esordire alla regia. L’occasione gliela fornì l’AIP di Samuel Z. Arkoff (casa di produzione fondamentale per comprendere il periodo storico del cinema statunitense: tra i film che diede alla luce anche Bloody Mama di Roger Corman e Foxy Brown di Jack Hill), che lo pose di fronte a una scelta tra Blacula, Black Mama, White Mama e un non meglio precisato film di gangster. Così nacque Dillinger, fiammeggiante e cupissimo dramma umano – prima ancora che noir – in cui Milius mette in scena un antieroe che si muove all’interno di una società malsana, malata e in cui la violenza nasce spesso dalle stesse forze dell’ordine. Facendo delle ristrettezze di budget il suo punto fermo l’esordiente regista lavora immagini crude, realistiche, eppure ammantate da un candore quasi fordiano, con lo strepitoso Warren Oates che incarna Dillinger a metà tra i boss à la Cagney e i cowboy di John Wayne. Ne viene fuori un’opera continuamente dialettica, come ben sintetizza il post-scriptum di J. Edgar Hoover alla fine dei titoli di coda: “Dillinger era un ratto di cui il Paese fu fortunato a sbarazzarsi, e io non autorizzo alcuna rilettura fascinosa di Hollywood di questo parassita. Questo tipo di mendacia romantica può solo portare i giovani più fuori strada di quanto non siano già, e non ne voglio fare parte”.

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