Gangster Story

Titolo originale: Bonnie and Clyde
Regia: Arthur Penn
Sceneggiatura: David Newman, Robert Benton
Fotografia: Burnett Guffey
Montaggio: Dede Allen
Scenografia: Dean Tavoularis, Raymond Paul
Suono: Francis E. Stahl
Musiche: Charles Strouse
Interpreti: Warren Beatty, Faye Dunaway, Michael J. Pollard, Gene Hackman, Estelle Parsons, Denver Pyle, Dub Taylor, Evans Evans, Gene Wilder, Martha Adcock, Harry Appling, Owen Bush, Mabel Cavitt, Patrick Cranshaw, Frances Fisher, Sadie French, Garry Goodgion, Clyde Howdy, Russ Marker, Ken Mayer, Ken Miller, Ann Palmer, Stuart Spates, James Stiver, Ada Waugh
Produzione: Warren Beatty per Warner Bros.-Seven Arts
Durata: 111 minuti
Prima proiezione: 4 agosto 1967

Sinossi:
La storia della coppia di gangster più famosa di sempre, dal loro incontro alla morte. Nella periferia di Dallas, nel 1931, la bella Bonnie Parker conosce Clyde Barrow, rapinatore da poco uscito di galera: insoddisfatta della propria vita nell’America della Grande Depressione, la ragazza è subito attratta dall’idea di unirsi all’affascinante fuorilegge. Se l’amore nasce al primo incontro, in breve i due inizieranno a rapinare banche e uccidere poliziotti, diventando protagonisti delle cronache e leggende per le masse diseredate…

Pochi film sono paragonabili per importanza a Gangster Story, titolospartiacque dopo il quale nulla nel cinema americano sarà più come prima. Prodotto e interpretato da Warren Beatty, Gangster Story nasce dall’intuizione degli sceneggiatori Robert Benton (futuro regista da Oscar con Kramer contro Kramer) e David Newman, che sentirono risuonare negli anni Sessanta qualcosa degli anni Trenta e in Bonnie e Clyde un’eco del ribellismo a loro più prossimo. Appassionati di Nouvelle Vague, i due scrissero uno script sui due criminali innamorati pensando a Fino all’ultimo respiro e Jules e Jim e lo proposero addirittura a Truffaut, che declinò l’invito a dirigerlo perché impegnato a realizzare Fahreneheit 451. Il sagace Warren Beatty consigliò loro, però, di cercare un regista americano per portare in immagini una “sceneggiatura così francese”. Saranno in tanti anche negli Stati Uniti a rifiutare: tra questi inizialmente c’è proprio Arthur Penn, che alla fine si convince regalando al film una delle regie più vibranti della sua splendida carriera. Deciso fin dall’inizio a realizzare un lavoro di grande impatto visivo, violento e libero, Penn unisce la commedia alla tragedia attraverso un racconto poco lineare, se non nelle sue coordinate fondamentali, pieno di ellissi e fantasmagorie, in cui le automobili della Grande Depressione prendono il posto dei cavalli del West. Nell’ora e cinquanta minuti precedenti la fine di Bonnie e Clyde, la rapsodia cinematografica di Gangster Story avanza per sussulti sempre più mortuari e subisce accelerazioni ritmiche progressive, ma esordisce addirittura con un tono smagliante simile a quello di una commedia romantica. L’indimenticabile finale è senza dubbio tra i più grandi spettacoli di montaggio del cinema americano: una danza macabra paragonabile ai tempi soltanto alla scena della doccia di Psycho e segmentata in oltre ottanta inquadrature lungo tre folgoranti minuti. Secondo Beatty il film avrebbe dovuto attrarre sia il pubblico giovane, che vedeva i propri coetanei tornare avvolti in sacchi neri dalla guerra in Vietnam, sia gli adulti che non avevano più voglia di vedere i “soliti” film della settimana dei network televisivi e che avvertivano negli anni Sessanta qualcosa di tetro, che poteva avere a che fare con i lontanissimi anni della Depressione. Considerato uno degli iniziatori di quella New Hollywood di cui nessuno ancora sospettava l’esistenza, Gangster Story è un titolo che al netto della sua centralità storica riesce a raccontare il disfacimento delle illusioni della giovinezza e al tempo stesso la fragilità umana della vita sempre accompagnata dall’ombra della morte. Un capolavoro assoluto.

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