Io sono il più grande

Titolo originale: The Greatest
Regia: Tom Gries, Monte Hellman
Sceneggiatura: Ring Lardner Jr.
Fotografia: Harry Stradling Jr.
Montaggio: Byron Brandt
Scenografia: Robert S. Smith
Suono: Bob Biggart
Musiche: Michael Masser
Interpreti: Muhammad Ali, Ernest Borgnine, John Marley, Robert Duvall, Lloyd Haynes, David Huddlestone, Ben Johnson, James Earl Jones, Dina Merrill, Roger E. Mosley, Paul Winfield, Annazette Chase, Mira Waters, Drew Bundini Brown, Malachi Throne, Richard Venture, Chip McAllister
Produzione: John Marshall per British Lion Films
Durata: 101 minuti
Prima proiezione: 19 maggio 1977

Sinossi:
Quando il film inizia Muhammad Ali si chiama ancora Cassius Clay, e non ha aderito alla Nation of Islam di Elijah Muhammad. È il 1960, ha diciotto anni, e al Palazzo dello Sport di Roma diventa campione olimpico nella categoria dei mediomassimi sconfiggendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowski. Da qui inizia il (quasi) documentario, che segue il pugile attraverso successi sportivi e prese di posizione politiche. Perché la vita di questo grande sportivo si è mossa di pari passo con la Storia degli Stati Uniti, tra utopia e repressione…

Può apparire bizzarra la presenza di The Greatest all’interno di un omaggio al cinema di Monte Hellman, visto e considerato che molti archivi non lo inseriscono neanche all’interno della filmografia dell’autore de La sparatoria, Le colline blu e Strada a doppia corsia. In effetti il vero regista del film in questione è da considerare Tom Gries (che qualcuno potrebbe ricordare per titoli come El Verdugo e Io non credo a nessuno), che lavorò a partire dal libro biografico The Greatest: My Own Story, scritto a quattro mani da Muhammad Ali e Richard Durham, con supervisione di Toni Morrison. Gries, mentre era in dirittura d’arrivo per completare l’opera, fu colpito da infarto del miocardio mentre si trovava a giocare su un campo da tennis, e morì in ospedale. La British Lion Films, che aveva investito ingenti somme di denaro in un progetto a dir poco ambizioso – quello di raccontare la storia di un mito dello sport e della cultura statunitensi facendo interpretare allo stesso protagonista le parti ricreate attraverso la finzione scenica –, si rivolse dunque a Monte Hellman che di fatto provvide soprattutto a “chiudere” il film, limando il lavoro in post-produzione e cercando di dare organicità, insieme al montatore Byron ‘Buzz’ Brandt, al materiale. Ironia della sorte: Hellman, costretto eternamente a combattere per riuscire a trasformare in immagini le proprie storie, si troverà di nuovo nella scomoda posizione di sostituire un regista defunto quando, nel 1979, porterà a termine Avalanche Express in vece di Mark Robson, vittima di un colpo apoplettico (su quel set, per alcuni “maledetto”, morirà d’infarto anche Robert Shaw). Privo, per fin troppo ovvie ragioni, della poetica autoriale di Hellman, Io sono il più grande resta comunque un grande affresco di un’era di speranza e rinnovamento per gli Stati Uniti d’America, e anche un curioso esempio di come la finzione e la realtà documentaria possano compenetrarsi a tal punto da sovrapporsi l’una all’altra. Tra il grande pugile che interpreta se stesso e brandelli della sua vita, James Earl Jones nei panni di Malcolm X, Ernest Borgnine che fa Angelo Dundee e Roger E. Mosley che interpreta Sonny Liston lo spettatore non potrà che uscire parzialmente ubriaco dalla visione, quella di una nazione che preferisce fingere se stessa per raccontarsi piuttosto che cedere alla lusinga del vero. In questo senso perfetta appare in ogni caso la scelta di Hellman come ufficiale testamentario dell’opera, e suo ideale “compilatore”. Un regista che, come insegnava Cassius Clay/Muhammad Ali, vola come una farfalla e punge come un’ape.

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