Mannequin – Frammenti di una donna

Titolo originale: Puzzle of a Downfall Child
Regia: Jerry Schatzberg
Sceneggiatura: Adrian Joyce (Carol Eastman)
Fotografia: Adam Holender
Montaggio: Evan Lottman
Scenografia: Richard Bianchi
Suono: Sanford Rackow
Musiche: Michael Small
Interpreti: Faye Dunaway, Barry Primus, Viveca Lindfors, Barry Morse, Roy Scheider, Ruth Jackson, John Heffernan, Sydney Walker, Clark Burckhalter, Shirley Rich, Emerick Bronson, Joe George, John Eames, Harry Lee, Jane Halleran, Susan Willis, Barbara Carrera, Sam Schacht
Produzione: John Foreman per Newman-Foreman Company, Jerrold Schatzberg Productions
Durata: 104 minuti
Prima proiezione: 16 dicembre 1970

Sinossi:
Lou Andreas è una donna bellissima e a lungo ha lavorato come la modella. Quando la conosciamo, però, si è ritirata dalle passerelle, reduce da un esaurimento nervoso e dalla fine di una relazione, e si è rifugiata a vivere in un cottage in riva al mare. Qui la va a trovare Aaron, fotografo e amico, testimone di alcuni momenti della scintillante carriera di Lou: l’uomo vuole intervistarla per realizzare forse un film su di lei e sulle verità nascoste dietro il successo nella moda. Lou comincia così un racconto doloroso e sconnesso…

L’esordio alla regia di Jerry Schatzberg, ai tempi importante fotografo (sua la foto di copertina di Blonde on Blonde di Bob Dylan) e reduce da una relazione con la protagonista del film, Faye Dunaway, che del resto aveva immortalato in vari scatti: uno di questi venne usato nel 2011 come manifesto del 64° Festival di Cannes quando Mannequin – Frammenti di una donna fu proiettato nella versione restaurata. E riscoperto, visto che questo prezioso lavoro del regista newyorchese, uno dei nomi centrali del cinema americano degli anni Settanta, non ha trovato lo spazio che merita nella memoria collettiva e cinefila. Schatzberg parte da qualcosa che conosceva bene, il mondo di lustrini frequentato per conto di Vogue e altre riviste femminili, scrivendo assieme alla sceneggiatrice de La sparatoria di Monte Hellman e Cinque pezzi facili di Rafelson, Carole Eastman (che si firmava virilmente Adrien Joyce), il ritratto frammentato di una modella. Con grande intelligenza Schatzberg sceglie una narrazione scomposta in istantanee e un’atmosfera onirica, due elementi che rendono impossibile la comprensione piena di una figura femminile ancora poco indagata dal cinema, quella della modella o della fotomodella appunto, donna splendida e sorta di divinità contemporanea ma non per questo padrona del proprio destino. Mannequin è un film del 1970 come Wanda di Barbara Loden: le sue protagoniste non potrebbero apparire più distanti, e certamente lo sono anche, ma hanno parecchi punti di contatto. Entrambe mancano di un’individualizzazione che prescinda dagli uomini e sbandano facendosi male. Soprattutto però entrambi i titoli testimoniano la presenza di un vuoto di senso più che una nuova affermazione della femminilità. Per Lou Andreas (un nome che ricalca quello di Lou von Salomé da sposata) la seduzione è un artificio in cui restare invischiati e smarrirsi, uno strumento che occorreva usare con maggior consapevolezza per mantenere memoria e identità. Se, forse, l’analisi psicologica della fragile protagonista/bambina può risentire dei 50 anni che ci separano dal film, non vanno sottostimate l’importanza del titolo sia per tante narrazioni che ruotano attorno alla psiche femminile sia per la traiettoria che porta la donna da oggetto a soggetto proprio in quegli anni e nell’universo della moda messo in scena in Mannequin. A tal fine si può citare la parabola che vede proprio Faye Dunaway passare dietro l’obiettivo della macchina fotografica, visto che l’attrice nel 1978 sarà la protagonista de Gli occhi di Laura Mars di Irvin Kershner: da modella perduta a fotografa dotata di visioni extrasensoriali che le permettono di prevedere delitti. E riconoscersi come persona.

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