I killers della luna di miele

Titolo originale: The Honeymoon Killers
Regia: Leonard Kastle
Sceneggiatura: Leonard Kastle
Fotografia: Oliver Wood
Montaggio: Richard Brophy, Stanley Warnow
Suono: Fred Kamiel
Interpreti: Shirley Stoler, Tony Lo Bianco, Mary Jane Higby, Doris Roberts, Kip McArdle, Marilyn Chris, Dortha Duckworth, Barbara Cason, Ann Harris, Mary Breen, Elsa Raven, Mary Engel, Guy Sorel, Michael Haley, Diane Asselin, William Adams, Eleanor Adams
Produzione: Warren Steibel per Roxanne Company
Durata: 110 minuti
Prima proiezione: 4 febbraio 1970

Sinossi:
Le gesta di una coppia di serial killer americani realmente esistiti partono dall’incontro dapprima epistolare poi carnale tra Martha Beck, infermiera nubile con ormai scarse speranze di accasarsi, e Ray Fernandez, playboy che vive truffando anziane signore sole. Desiderosa di cambiare vita, Martha lascia tutto e si unisce alle prodezze dell’uomo divenendo sua complice. Lui continuerà a trarre in inganno le donne, chiedendone la mano per poi derubarle, lei fingerà di essere sua sorella a patto che Ray non abbia mai alcun rapporto sessuale con le future vittime…

Noti come “lonely hearts killers”, assassini di cuori solitari, i veri Raymond Fernandez e Martha Beck morirono l’8 marzo del 1951 sulla sedia elettrica e fino all’ultimo – almeno così riportano le cronache – non smisero di scambiarsi sguardi amorosi e complici. La coppia di psicopatici compì i propri misfatti nel secondo Dopoguerra, ma il folgorante e unico film del compositore Leonard Kastle sposta l’azione agli anni Sessanta rendendola contemporanea, più folle e incongrua. Il produttore televisivo Warren Steibel voleva realizzare un film indipendente sul caso che aveva fatto un certo scalpore nel Paese e assunse il poco più che debuttante Martin Scorsese (nel 1967 aveva esordito con Chi sta bussando alla mia porta) per dirigerlo. L’approccio di Scorsese si rivelò poco funzionale ai circa 200.000 dollari di budget: pare infatti che il regista fosse troppo scrupoloso e il produttore decise, dopo un pomeriggio impiegato a inquadrare bene una lattina di birra, che gli serviva qualcun altro e così lo licenziò. Il suo posto fu preso in seguito a varie vicissitudini da Kastle, che di lavoro faceva (e poi farà) il musicista ma che, anche grazie al magnifico bianco e nero della fotografia di Oliver Wood, riuscì a realizzare un film elegante e spiazzante. I killers della luna di miele fa infatti del grottesco una delle sue note dominanti, quasi fosse percorso da una corrente sotterranea di black comedy, pur mantenendo rigore e brutalità. Steibel e Kastle si ispirarono soprattutto al cinema europeo d’autore, la stessa matrice che Benton e Newman “usarono” per scrivere Gangster Story. Eppure per Kastle I killers della luna di miele doveva essere una “confutazione assoluta” del lavoro di Penn: laddove Beatty e Dunaway erano fascinosi omicidi, Martha e Ray (interpretati dalla corpulenta Shirley Stoler e da Tony Lo Bianco che poi diventerà un volto ricorrente in diverse crime stories) sono sordidi, ridicoli, goffi, il loro “amore” non ha niente di romantico ma è fondato sulla psicopatologia e nutrito di morbosità. Un lavoro, dunque, che non riprende il mood di Penn, ma che al contrario si pone come antitesi pur cercando tra le pieghe dell’amour fou la radice di delitti efferati e desideri di evasione da una vita ordinaria. Il film guadagnò subito il plauso critico negli Usa e piacque molto in Europa (Truffaut in particolare ne fu entusiasta), ma al botteghino il piatto pianse. I killers della luna di miele rimase così nel tempo un film di culto: solo a distanza di una ventina d’anni dall’uscita venne ristampato e ricominciò a circuitare. Il suo stile – sospeso tra Nouvelle Vague e racconto americano – risulta ancora oggi particolarmente originale e di una modernità sorprendente.

Gangster Story

Titolo originale: Bonnie and Clyde
Regia: Arthur Penn
Sceneggiatura: David Newman, Robert Benton
Fotografia: Burnett Guffey
Montaggio: Dede Allen
Scenografia: Dean Tavoularis, Raymond Paul
Suono: Francis E. Stahl
Musiche: Charles Strouse
Interpreti: Warren Beatty, Faye Dunaway, Michael J. Pollard, Gene Hackman, Estelle Parsons, Denver Pyle, Dub Taylor, Evans Evans, Gene Wilder, Martha Adcock, Harry Appling, Owen Bush, Mabel Cavitt, Patrick Cranshaw, Frances Fisher, Sadie French, Garry Goodgion, Clyde Howdy, Russ Marker, Ken Mayer, Ken Miller, Ann Palmer, Stuart Spates, James Stiver, Ada Waugh
Produzione: Warren Beatty per Warner Bros.-Seven Arts
Durata: 111 minuti
Prima proiezione: 4 agosto 1967

Sinossi:
La storia della coppia di gangster più famosa di sempre, dal loro incontro alla morte. Nella periferia di Dallas, nel 1931, la bella Bonnie Parker conosce Clyde Barrow, rapinatore da poco uscito di galera: insoddisfatta della propria vita nell’America della Grande Depressione, la ragazza è subito attratta dall’idea di unirsi all’affascinante fuorilegge. Se l’amore nasce al primo incontro, in breve i due inizieranno a rapinare banche e uccidere poliziotti, diventando protagonisti delle cronache e leggende per le masse diseredate…

Pochi film sono paragonabili per importanza a Gangster Story, titolospartiacque dopo il quale nulla nel cinema americano sarà più come prima. Prodotto e interpretato da Warren Beatty, Gangster Story nasce dall’intuizione degli sceneggiatori Robert Benton (futuro regista da Oscar con Kramer contro Kramer) e David Newman, che sentirono risuonare negli anni Sessanta qualcosa degli anni Trenta e in Bonnie e Clyde un’eco del ribellismo a loro più prossimo. Appassionati di Nouvelle Vague, i due scrissero uno script sui due criminali innamorati pensando a Fino all’ultimo respiro e Jules e Jim e lo proposero addirittura a Truffaut, che declinò l’invito a dirigerlo perché impegnato a realizzare Fahreneheit 451. Il sagace Warren Beatty consigliò loro, però, di cercare un regista americano per portare in immagini una “sceneggiatura così francese”. Saranno in tanti anche negli Stati Uniti a rifiutare: tra questi inizialmente c’è proprio Arthur Penn, che alla fine si convince regalando al film una delle regie più vibranti della sua splendida carriera. Deciso fin dall’inizio a realizzare un lavoro di grande impatto visivo, violento e libero, Penn unisce la commedia alla tragedia attraverso un racconto poco lineare, se non nelle sue coordinate fondamentali, pieno di ellissi e fantasmagorie, in cui le automobili della Grande Depressione prendono il posto dei cavalli del West. Nell’ora e cinquanta minuti precedenti la fine di Bonnie e Clyde, la rapsodia cinematografica di Gangster Story avanza per sussulti sempre più mortuari e subisce accelerazioni ritmiche progressive, ma esordisce addirittura con un tono smagliante simile a quello di una commedia romantica. L’indimenticabile finale è senza dubbio tra i più grandi spettacoli di montaggio del cinema americano: una danza macabra paragonabile ai tempi soltanto alla scena della doccia di Psycho e segmentata in oltre ottanta inquadrature lungo tre folgoranti minuti. Secondo Beatty il film avrebbe dovuto attrarre sia il pubblico giovane, che vedeva i propri coetanei tornare avvolti in sacchi neri dalla guerra in Vietnam, sia gli adulti che non avevano più voglia di vedere i “soliti” film della settimana dei network televisivi e che avvertivano negli anni Sessanta qualcosa di tetro, che poteva avere a che fare con i lontanissimi anni della Depressione. Considerato uno degli iniziatori di quella New Hollywood di cui nessuno ancora sospettava l’esistenza, Gangster Story è un titolo che al netto della sua centralità storica riesce a raccontare il disfacimento delle illusioni della giovinezza e al tempo stesso la fragilità umana della vita sempre accompagnata dall’ombra della morte. Un capolavoro assoluto.

Amore, piombo e furore

Titolo internazionale: China 9, Liberty 37
Regia: Monte Hellman
Sceneggiatura: Ennio De Concini, Vincente Escrivà Soriano
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Montaggio: Cesare D’Amico
Scenografia: Luciano Spadoni
Suono: Carlo Palmieri
Musiche: Pino Donaggio
Interpreti: Fabio Testi, Warren Oates, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Isabel Mestres, Gianrico Tondinelli, Franco Interlenghi, Charly Bravo, Paco Benlloch, Natalia Kim, Ivonne Sentis, Romano Puppo, Luis Prendes, Helga Liné, Mattieu Ettori, Luis Barboo
Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis per Compagnia Europea Cinematografica, Aspa Producciones
Durata: 92 minuti
Prima proiezione: 4 agosto 1978

Sinossi:
Clayton Drumm è un cowboy che sta per essere impiccato; se riesce a scampare all’esecuzione è solo perché accetta per conto di una compagnia ferroviaria di uccidere Matthew Sebanek, un agricoltore che si rifiuta di vendere il proprio terreno. Drumm raggiunge il ranch dove conosce non solo Sebanek ma anche sua moglie, la giovane e splendida Catherine, che si innamora del cowboy. Sebanek stringe amicizia con Drumm, ma quando si rende conto che i due hanno una relazione amorosa diventa furibondo. Dalla colluttazione ha inizio una nuova avventura…

Ultimo film degli anni Settanta per Monte Hellman, e ultimo lungometraggio di finzione per un decennio (nel 1988 sarà la volta di Iguana, poi arriveranno solamente Silent Night, Deadly Night 3: Better Watch Out! e Road to Nowhere), Amore, piombo e furore spinge il regista a confrontarsi con lo spaghetti-western. Oltre a questo la produzione si svolge tra la Spagna – la consueta Almería – e l’Italia (per la precisione gli studi romani della Dear, sulla Nomentana), lontano dunque da quei panorami che avevano conformato l’immaginario dei due western prodotti da Roger Corman, La sparatoria e Le colline blu. A migliaia di miglia di distanza, e con oltre dieci anni trascorsi tra quei due titoli e la sua trasferta italo-spagnola, Hellman sembra quasi voler trovare un punto di connessione tra le varie e diversificate riletture del genere venute alla luce a partire dagli anni Sessanta. Ecco dunque che il suo approccio paesaggistico e minimale, fatto di poche parole e ancor meno azioni, si confronta direttamente con la volutamente esasperata virulenza della produzione europea; per chiudere il cerchio, qualora il discorso non fosse abbastanza chiaro, ecco l’apparizione in scena di Sam Peckinpah, impegnato (con qualche goffaggine) nel ruolo di uno scrittore decisamente sui generis. Sui generis è anche l’intero impianto scenico, che si regge su una sceneggiatura a dir poco fantasiosa scritta da Ennio De Concini e Vicente Escrivá Soriano. Proprio il materiale narrativo, nella sua completa libertà logica, è il punto di partenza essenziale per comprendere l’operazione portata a termine da Hellman: con il genere che sta digradando anche negli interessi del pubblico – oltreoceano di lì a un paio d’anni arriverà il de profundis quasi definitivo con la demistificazione totale di Michael Cimino e del suo I cancelli del cielo – il regista preferisce asservirlo completamente alla propria narrazione dell’uomo e del mondo/società in cui è costretto a muoversi. A fronte di un sistema che è sempre vessatorio (e mette gli uni contro gli altri solo per acquisire una nuova proprietà immobiliare) l’unica arma di difesa è dapprima la fuga e poi, dopo la presa di consapevolezza della propria classe, l’unione. Così anche Amore, piombo e furore, come già i precedenti western e anche il capolavoro Strada a doppia corsia si dimostra a conti fatti un “travel-movie”, un film di attraversamento. Il cast, dove appare il sempre eccelso Warren Oates, vede nel ruolo principale un convincente Fabio Testi, mentre il personaggio femminile è affidato all’inglese Jenny Agutter, che raggiungerà la fama nel 1981 con Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Il titolo inglese del film, China 9, Liberty 37, fa riferimento ai due cartelli dell’inquadratura iniziale.

Io sono il più grande

Titolo originale: The Greatest
Regia: Tom Gries, Monte Hellman
Sceneggiatura: Ring Lardner Jr.
Fotografia: Harry Stradling Jr.
Montaggio: Byron Brandt
Scenografia: Robert S. Smith
Suono: Bob Biggart
Musiche: Michael Masser
Interpreti: Muhammad Ali, Ernest Borgnine, John Marley, Robert Duvall, Lloyd Haynes, David Huddlestone, Ben Johnson, James Earl Jones, Dina Merrill, Roger E. Mosley, Paul Winfield, Annazette Chase, Mira Waters, Drew Bundini Brown, Malachi Throne, Richard Venture, Chip McAllister
Produzione: John Marshall per British Lion Films
Durata: 101 minuti
Prima proiezione: 19 maggio 1977

Sinossi:
Quando il film inizia Muhammad Ali si chiama ancora Cassius Clay, e non ha aderito alla Nation of Islam di Elijah Muhammad. È il 1960, ha diciotto anni, e al Palazzo dello Sport di Roma diventa campione olimpico nella categoria dei mediomassimi sconfiggendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowski. Da qui inizia il (quasi) documentario, che segue il pugile attraverso successi sportivi e prese di posizione politiche. Perché la vita di questo grande sportivo si è mossa di pari passo con la Storia degli Stati Uniti, tra utopia e repressione…

Può apparire bizzarra la presenza di The Greatest all’interno di un omaggio al cinema di Monte Hellman, visto e considerato che molti archivi non lo inseriscono neanche all’interno della filmografia dell’autore de La sparatoria, Le colline blu e Strada a doppia corsia. In effetti il vero regista del film in questione è da considerare Tom Gries (che qualcuno potrebbe ricordare per titoli come El Verdugo e Io non credo a nessuno), che lavorò a partire dal libro biografico The Greatest: My Own Story, scritto a quattro mani da Muhammad Ali e Richard Durham, con supervisione di Toni Morrison. Gries, mentre era in dirittura d’arrivo per completare l’opera, fu colpito da infarto del miocardio mentre si trovava a giocare su un campo da tennis, e morì in ospedale. La British Lion Films, che aveva investito ingenti somme di denaro in un progetto a dir poco ambizioso – quello di raccontare la storia di un mito dello sport e della cultura statunitensi facendo interpretare allo stesso protagonista le parti ricreate attraverso la finzione scenica –, si rivolse dunque a Monte Hellman che di fatto provvide soprattutto a “chiudere” il film, limando il lavoro in post-produzione e cercando di dare organicità, insieme al montatore Byron ‘Buzz’ Brandt, al materiale. Ironia della sorte: Hellman, costretto eternamente a combattere per riuscire a trasformare in immagini le proprie storie, si troverà di nuovo nella scomoda posizione di sostituire un regista defunto quando, nel 1979, porterà a termine Avalanche Express in vece di Mark Robson, vittima di un colpo apoplettico (su quel set, per alcuni “maledetto”, morirà d’infarto anche Robert Shaw). Privo, per fin troppo ovvie ragioni, della poetica autoriale di Hellman, Io sono il più grande resta comunque un grande affresco di un’era di speranza e rinnovamento per gli Stati Uniti d’America, e anche un curioso esempio di come la finzione e la realtà documentaria possano compenetrarsi a tal punto da sovrapporsi l’una all’altra. Tra il grande pugile che interpreta se stesso e brandelli della sua vita, James Earl Jones nei panni di Malcolm X, Ernest Borgnine che fa Angelo Dundee e Roger E. Mosley che interpreta Sonny Liston lo spettatore non potrà che uscire parzialmente ubriaco dalla visione, quella di una nazione che preferisce fingere se stessa per raccontarsi piuttosto che cedere alla lusinga del vero. In questo senso perfetta appare in ogni caso la scelta di Hellman come ufficiale testamentario dell’opera, e suo ideale “compilatore”. Un regista che, come insegnava Cassius Clay/Muhammad Ali, vola come una farfalla e punge come un’ape.

Cockfighter

Titolo originale: Cockfighter
Regia: Monte Hellman
Sceneggiatura: Charles Willeford
Fotografia: Néstor Almendros
Montaggio: Lewis Teague, Monte Hellman
Scenografia: Charles L. Hughes, Pat Mann
Suono: Lee Alexander
Musiche: Michael Franks
Interpreti: Warren Oates, Harry Dean Stanton, Richard B. Shull, Ed Begley Jr., Laurie Bird, Patricia Pearcy, Steve Railsback
Produzione: Roger Corman per New World Pictures
Durata: 83 minuti
Prima proiezione: 30 luglio 1974

Sinossi:
Frank Mansfield si occupa di combattimento tra galli. Per alzare le quote degli scommettitori a suo favore decide di tagliare leggermente il becco del suo gallo: per ironia della sorte proprio questa scelta lo porterà alla sconfitta, per la quale perde tutti i soldi e perfino la roulotte. Torna dunque dalla sua fidanzata storica, che vorrebbe vederlo mettere la testa a posto; così non è, e Frank arriva a vendere la casa di famiglia per poter tornare nell’agone e partecipare, con il suo nuovo socio, ai campionati di combattimento dei galli…

Stando alle parole di Roger Corman, che lo produsse attraverso la sua New World Pictures, Cockfighter fu l’unico film in cui investì denaro in tutti gli anni Settanta a non restituire indietro la somma con gli interessi del caso. Un insuccesso, insomma. Un flop, vera e propria onta per colui che ha scritto il libro Come ho fatto 100 film a Hollywood senza mai perdere un dollaro. Cento meno uno, verrebbe da dire. È davvero un peccato che il pubblico abbia voltato le spalle a un film come Cockfighter e se è possibile arrivare a comprenderne i motivi – il cinema si stava muovendo in un’altra direzione, nel 1974, rispetto a quella paventata da Monte Hellman – appare bizzarro che non si sia avuta l’accortezza nei quarant’anni successivi a rimediare a una così clamorosa svista. Perché, nel prendere spunto dal romanzo scritto nel 1962 da Charles Willeford (a sua volta responsabile della sceneggiatura), Hellman non solo apre uno squarcio, l’ennesimo, sull’America confusa e alla ricerca disperata di un senso da assegnare all’esistenza, ma si permette anche di fare un compendio e una riflessione sulla sua stessa filmografia. Basta vedere l’ingresso in scena del protagonista Frank Mansfield per rendersene conto: Warren Oates, qui alla terza delle quattro collaborazioni con il regista (l’ultima, quattro anni più tardi, sarà sul set italiano di Amore, piombo e furore), ha ancora dentro gli occhi il fiammeggiare eterno e disperato di GTO, il bizzarro pilota da lui interpretato nel precedente Strada a doppia corsia. Nell’ossessione di Frank di vincere il campionato di combattimento tra galli e ottenere il riconoscimento di “Cockfighter of the Year” c’è in realtà il terrore di dover esperire il medesimo vuoto esistenziale che spinge GTO a muoversi di diner in diner, di highway in highway, rimorchiando a bordo del suo bolide chiunque e fingendosi sempre una persona diversa. La prima, grande e coraggiosa scelta di Hellman consiste nel fatto di privare il suo protagonista della dote più caratteristica: una voce profonda e indimenticabile. In Cockfighter Oates è muto, in virtù di un fioretto fatto nella speranza di raggiungere l’agognata vittoria finale. Una vittoria per la quale ha sacrificato ogni cosa, dagli affetti personali ai beni immobiliari. Nulla, nessun agio o attitudine borghese può rivaleggiare con la vittoria del campionato: l’evidenza dell’effimero, come spesso in Hellman, batte un effimero ben più subdolo, celato sotto le coltri della società. Diretto con uno stile secco e armonioso al medesimo tempo, Cockfighter è l’ultimo film della “Hollywood Renaissance” diretto da Hellman: con lui sul set, quasi ci fosse consapevolezza di questo, alcuni dei suoi fedelissimi da Laurie Bird a Harry Dean Stanton.

Strada a doppia corsia

Titolo originale: Two-Lane Blacktop
Regia: Monte Hellman
Sceneggiatura: Will Corry, Rudolph Wurlitzer
Fotografia: Jack Deerson
Montaggio: Monte Hellman
Suono: Charles T. Knight
Musiche: Billy James
Interpreti: Warren Oates, James Taylor, Laurie Bird, Dennis Wilson, Rudolph Wurlitzer, Bill Keller, Harry Dean Stanton, Don Samuels, Charles Moore, Alan Vint, George Mitchell, A.J. Solari, Katherine Squire, Melissa Hellman, James Mitchum, Kreag Caffey
Produzione: Michael Laughlin per Michael Laughlin Enterprises
Durata: 102 minuti
Prima proiezione: 7 luglio 1971

Sinossi:
Un giovane pilota e il suo sodale meccanico viaggiano per le strade degli Stati Uniti su di una Chevrolet truccata con cui fanno gare automobilistiche per raggranellare qualche soldo. Randagi e senza meta, i due incontrano un’autostoppista ugualmente alla deriva e le danno un passaggio: la ragazza andrà subito a letto con il meccanico ma la vera tensione erotica è tra lei e il pilota. Lungo le stesse miglia, poi, i tre incrociano più volte una Pontiac Gto con un bizzarro guidatore che finiranno per sfidare: la prima automobile che arriverà a Washington vincerà l’altra auto…

Monte Hellman scende da cavallo e sale sulla macchina. Sulla scia del successo di Easy Rider (1969), che porta del resto a pieno compimento i tanti film sui bikers degli anni immediatamente precedenti, Hellman motorizza i suoi western esistenziali e vagabondi per entrare nell’abitacolo simbolico dell’America del Dopoguerra. La libertà di movimento diventa in un istante libertà di spogliarsi della Storia, delle parole, della relazione con gli altri e persino di avere un nome (nessuno nel filmpossiede un nome proprio) per perdersi per sempre nel gioco dello spazio privo di tempo e memoria, delle strade che portano ovunque e da nessuna parte in un Paese smarrito sotto ogni punto di vista. Strada a doppia corsia è una ballata che esalta sullo schermo quel “no direction home” cantato da Bob Dylan a metà degli anni Sessanta declinandolo in molti punti di fuga. Per esempio nei rapporti contratti e mai davvero esplicitati tra i tre giovani, interpretati da due musicisti (il pilota è il cantautore James Taylor, il meccanico è Dennis Wilson dei Beach Boys) e dalla splendida Laurie Bird; ma pure nello smarrimento generazionale del più “anziano” interpretato da Warren Oates, pilota della domenica che vorrebbe avere un’altra data di nascita. Se i primi parlano poco o nulla, il secondo parla in continuazione e reinventa la realtà senza neppure avvedersene, ma tutti cercano di essere tramite la potenza dei propri bolidi con cui far colpo anche sulle belle ragazze in un ritorno quasi primitivo dei rapporti maschio/femmina. Centrifugo è il campionario umano che incontriamo nelle gare e fortuiti gli incontri per i diner o le strade degli States (la “raccolta” degli autostoppisti da parte di Oates punteggia ironicamente il film dall’inizio alla fine), ma nulla ha mai reali conseguenze. Tutto scorre sotto le ruote, niente si stabilizza o formalizza e ogni passaggio è solo una tappa destinata a svanire lungo un viaggio che non porta da nessuna parte. In questo cammino per la Road to Nowhere (per citare non tanto i Talking Heads quanto l’ultimo film di Monte Hellman), quel che resta sono pulsioni ormai illeggibili e l’istintiva difficoltà di esprimere i propri desideri per l’atavico terrore di essere feriti. Le macchine si riparano più facilmente delle anime e i giovani uomini sembrano animaletti che non sanno più mettere mano a loro stessi e perciò sono diventati molto bravi con i carburatori. È invece in un sussulto emotivo che si trovano l’inizio e la fine di Strada a doppia corsia, titolo centrale della filmografia di Hellman, film venerato da schiere di registi e finalmente dal 2012 conservato come merita nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso. Tra le opere maggiori del cinema americano.

Le colline blu

Titolo originale: Ride in the Whirlwind
Regia: Monte Hellman
Sceneggiatura: Jack Nicholson
Fotografia: Gregory Sandor
Montaggio: Monte Hellman
Scenografia: James Campbell
Suono: Art Names
Musiche: Robert Drasnin
Interpreti: Cameron Mitchell, Millie Perkins, Jack Nicholson, Harry Dean Stanton, Katherine Squire, George Mitchell, Rupert Crosse, John Hackett, Tom Filer, B.J. Merholz, Brandon Carroll, Peter Cannon, William A. Keller
Produzione: Jack Nicholson, Monte Hellman per Proteus Films
Durata: 82 minuti
Prima proiezione: 23 ottobre 1966

Sinossi:
Otis, Wes e Vern sono tre cowboy. Mentre sono in viaggio verso Waco, Texas, decidono di passare la notte nei pressi del rifugio di una banda di fuorilegge che ha rapinato una diligenza. Una scelta che si dimostra errata quando al mattino vengono circondati, come gli assaltatori, da uno squadrone di vigilantes. I tre cercano la fuga, ma Otis viene colpito a morte, mentre Vern e Wes riescono a darsi alla macchia. Inseguiti dai vigilantes, che nel frattempo hanno giustiziato i rapinatori, i due hanno un’unica speranza: superare le colline che si ergono di fronte a loro…

Come un gemello eterozigoto de La sparatoria, Le colline blu è un western ridotto all’osso, spolpato della maggior parte dei nervi e dei muscoli del genere. Del western riprende l’ambientazione, ovviamente, ma in un’epoca di grande rilettura Hellman non aderisce a nessuna delle principali ipotesi di rinnovamento: non guarda all’Europa e allo spaghetti-western, eppure non si allinea neanche alla ridefinizione dei canoni della violenza che renderà celebre Sam Peckinpah. Anche per risparmiare sul budget – che condivideva con La sparatoria, girato però un paio di settimane prima utilizzando con minor oculatezza il denaro a disposizione – fornito da Roger Corman, Hellman sceglie di eliminare molti dialoghi tra i personaggi, tagliando senza pietà parte consistente della sceneggiatura scritta da Jack Nicholson, che veste anche i panni del protagonista insieme a Cameron Mitchell. Quel che ne viene fuori è un’opera stranamente silente, nevrotica e contemplativa allo stesso tempo, con due uomini in fuga disperata da un mondo che non prevede la possibilità del chiaroscuro. Si è fuorilegge o vigilantes, braccati o cacciatori. Ed è una caccia in piena regola, Le colline blu, che ribalta la prospettiva de La sparatoria, dove la macchina da presa di Hellman si muoveva insieme agli inseguitori e non dalla parte degli inseguiti. Per quanto sia efficace sotto il profilo narrativo, dato che le colline sono proprio l’unico obiettivo che si possono porre i fuggiaschi e oltre le quali dovrebbe essere loro concessa la “libertà”, il titolo italiano smarrisce nei fatti il potere metaforico e iconico dell’originale Ride in the Whirlwind. È infatti un turbine (whirlwind) quello in cui si trovano a cavalcare alla disperata Wes e Vern, e all’interno di questa inquieta corsa non esiste pace, ma solo brevi momenti di illusoria stasi. In questa chiave d’accesso al western che, più che ai classici conclamati, sembra guardare con i suoi turbamenti e il proprio senso di disperazione/dispersione a un capolavoro non troppo conosciuto come Alba fatale di William A. Wellman (1943), Hellman mette a punto alcuni dei temi centrali della sua poetica, dal viaggio verso il nulla alla scarnificazione mai pretestuosa del racconto, fino alla rinuncia completa a qualsiasi velleità eroica. In pochi nel sovvertimento della prassi hollywoodiana hanno avuto il coraggio di Hellman di disallinearsi anche dai compagni di ventura produttiva, alla ricerca di quel punto disperso nel nulla in cui ci si può illudere di essere ancora vivi, e liberi di vivere. Perché anche nel cinema, se ci si addormenta nei pressi dell’accampamento sbagliato, si rischia di essere messi (metaforicamente) a morte.

La sparatoria

Titolo originale: The Shooting
Regia: Monte Hellman
Sceneggiatura: Adrien Joyce (Carol Eastman)
Fotografia: Gregory Sandor
Montaggio: Monte Hellman
Scenografia: Wally Moon
Suono: Art Names
Musiche: Richard Markowitz
Interpreti: Warren Oates, Millie Perkins, Jack Nicholson, Will Hutchins, Charles Eastman, Guy El Tsosie, Brandon Carroll, B.J. Merholz, Wally Moon, William Mackleprang, James Campbell
Produzione: Jack Nicholson, Monte Hellman per Proteus Films
Durata: 82 minuti
Prima proiezione: 2 giugno 1966

Sinossi:
L’ex cacciatore di taglie Willet Gashade torna al proprio “campo-base” tra le aride rocce dello Utah. Qui scopre dall’unico rimasto, Coley, che suo fratello è scappato dopo aver sparato a un uomo e al suo bambino, mentre il loro altro socio è stato ucciso la notte precedente da qualcuno che Coley non ha visto. All’indomani dal ritorno di Willet, una bella donna che non vuol rivelare il proprio nome arriva all’accampamento e chiede ai due uomini di scortarla nel deserto. I due sono molto incerti, ma alla fine cedono dietro lauto compenso…

La sparatoria viene girato subito prima de Le colline blu negli splendidi paesaggi dello Utah, da cui la troupe e parte del cast (i due film hanno, tra le altre cose, in comune sia Jack Nicholson che la splendida Millie Perkins) si allontanarono solo per alcuni giorni di riposo tra la fine di una ripresa e l’inizio di un’altra. Il mitico Roger Corman aveva infatti messo a disposizione per uno dei “suoi” registi di scuderia, Monte Hellman, 150.000 dollari per due film che costarono 75.000 dollari l’uno. E che Corman fece produrre ai diretti interessati, ossia a Hellman e al promettente attore Jack Nicholson, ritagliandosi il ruolo di supervisore. Il futuro interprete di Shining scrive Le colline blu e Carol Eastman (che sarà sceneggiatrice di Mannequin di Schatzberg) scrive La sparatoria firmandosi Adrien Joyce. Il film, girato in tre settimane, è un sinuoso western-noir in cui del western ritroviamo più le ambientazioni e del noir i rapporti tra i personaggi, il cui numero (visti anche i costi) è ridotto all’osso. Come sarà in Strada a doppia corsia, i protagonisti sono quattro: Willet (il grande Warren Oates) e il suo “sodale” compare imbranato Coley (Will Hutchins) devono guidare nel deserto una bella donna senza nome (la Perkins) che non svela loro le ragioni del viaggio; non lontano dai tre si muove però anche Billy, interpretato da Nicholson che si ritaglia qui la parte del cattivo mostrando già espressioni luciferine che diventeranno celeberrime negli anni. Hellman spoglia completamente il western realizzando un travel movie laconico in cui una femme fatale tiene le briglie della cavalcata mentre gli altri sembrano condannati in partenza come accade anche nella tragedia greca, che risuona nell’ispirazione narrativa. Entrare nell’universo di Monte Hellman da La sparatoria è un’esperienza mirabile perché consente di comprendere la maestria di un regista capace di costruire un’atmosfera carica di tensione attorno a un racconto fatto di niente, grazie a un’intelligenza spiazzante nella scelta delle inquadrature (il racconto in flashback che Coley fa a Willet, all’inizio del film per spiegargli cosa è accaduto, è un prologo-capolavoro) e nel geniale montaggio dello stesso Hellman. Oltre a dire che La sparatoria è un film magnifico, vale la pena sottolineare la presenza di Warren Oates, uno degli attori più significativi del cinema americano di questi anni e che infatti ritroveremo in ben quattro film di Monte Hellman contenuti in questo omaggio (oltre a La sparatoria, Strada a doppia corsia, Cockfighter e Amore, piombo e furore) e in altri due film di questa retrospettiva, come protagonista in Dillinger di Milius e nel ruolo secondario ma cruciale del padre di Sissy Spacek ne La rabbia giovane di Malick.